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“Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”. 

Queste le parole che si trovano scolpite nel marmo del tempio di tutti gli dei, il Pantheon.

Cominciando subito dalla sua fine possiamo così intuire l’importanza che ha la figura di Raffaello non solo per il mondo dell’arte ma per l’umanità tutta.

Più dei pittori suoi contemporanei e non, Raffaello è stato capace di addomesticare il caos della bellezza ricomponendo in unità armonica il disordine fondamentale della realtà, rendendo la bellezza in grado di mostrarci un senso ultimo al di sopra del suo stesso caos.

Come ai giorni nostri anche 500 anni fa, oltre al talento, era necessaria una discreta dose di fortuna. Raffaello nel corso della sua breve vita ha avuto infatti grandi opportunità, incontri fortunati, da Bramante a Giulio II, ma soprattutto successi riconosciuti. Studio, ricerca e genialità sono le doti che lo resero quello che ancora oggi è, un personaggio spregiudicatamente sicuro di sé.

Tutto comincia ad Urbino il Venerdì santo del 6 Aprile del 1483: Raffaello Sanzio nasce da Maria Battista e Giovanni Santi, pittore che lavorava alla corte di uno degli uomini più influenti dell’epoca, Federico da Montefeltro, uomo d’armi ma soprattutto uno dei più grandi mecenati del rinascimento. 

L’educazione alle basi del disegno e della pittura gli vennero così infuse dal padre offrendogli l’importante opportunità di conoscere e studiare la collezione di Federico, di poter attraversare i cortili, i saloni e le logge di quello che era considerato uno dei più bei castelli dell’epoca, un concentrato di cultura e un’esaltazione dei principi di equilibrio e proporzione nel linguaggio rinascimentale. E’ qui alla corte dei Montefeltro che Raffaello passa la sua infanzia e la sua adolescenza, tra i quadri dei maestri più importanti del loro contemporaneo e del passato, tra i tanti di fondamentale importanza ricordiamo l’incontro con le rigide prospettive di Piero della Francesca, da cui ne deriva una specie di “imprinting” che ritroveremo nei suoi quadri futuri.

A soli 11 anni Raffaello, rimasto orfano, viene portato a Perugia per sviluppare al meglio il suo talento. Una delle personalità di spicco del panorama dell’arte italiana rinascimentale, Pietro Vannucci, conosciuto con il nome di Perugino, diventa quindi il maestro di Raffaello. In quegli anni di “stage” Raffaello impara a unire le prospettive di Piero della Francesca con le espressioni morbide e piene di grazia dei volti del Perugino e all’età di soli 21 anni realizza uno dei suoi quadri più famosi, Lo sposalizio della Vergine, dove il rigore geometrico viene stemperato dagli atteggiamenti naturali e pieni di grazia dei personaggi. Questi 2 elementi tra virgolette “rubati” ai suoi maestri, si fondono in una composizione armonica creando un nuovo linguaggio autonomo. A seguito della vista del dipinto, il Perugino ebbe un forte esaurimento nervoso capendo che l’allievo lo aveva superato.

Ormai l’Umbria stava stretta a Raffaello, voleva arrivare a Firenze tra i grandi del rinascimento e fu così che la sua ambizione lo portò a farsi scrivere una lettera di raccomandazioni dalla sorella del duca di Montefeltro, lettera che lo condusse a Firenze sotto l’ala di Pier Soderini che all’epoca guidava l’intera repubblica fiorentina. Per fare un paragone con i nostri giorni sarebbe come andare a Londra e all’arrivo in aeroporto trovarsi la Regina Elisabetta che ti aspetta in macchina. 

Arriva a Firenze tra il 1504 e il 1505. In quegli anni Leonardo lasciava tutti a bocca aperta con la perduta Battaglia di Anghiari a Palazzo Vecchio, mentre Michelangelo toglieva il fiato col suo monumentale David. Raffaello si affaccia a Firenze in un momento dove la gente parla e vuole solo i 2 grandi geni dell’arte, ma non temendo i confronti e consapevole dei suoi mezzi riesci a farsi largo in quel competitivo panorama affermandosi come aveva fatto a Perugia. Da bravo studioso Raffaello si immerge nelle opere di Michelangelo e di Leonardo, le studia, le analizza, e il suo approccio alle loro opere è maniacale. Da Michelangelo apprende la torsione dei corpi, che troviamo negli studi anatomici per le sue sculture e successivamente nel Giudizio Universale, mentre dall’opera di Leonardo apprende l’interpretazione della natura, il paesaggio, il movimento e soprattutto lo studio della luce e dell’ombra.

L’esperienza fiorentina come quella umbra è costellata da tante grandi opere, difficile dire tra tutte quale sia la più importante, forse la Madonna del Baldacchino, nella chiesa di santo spirito progettata dal Brunelleschi. In quest’opera troviamo le prospettive di Piero della Francesca, i volti del Perugino, l’eleganza di Leonardo e la forza di Michelangelo caratteristiche che si uniscono ed esplodono con forza per lasciare tutti incantati. Si racconta che per questo lavoro Raffaello non volle fissare il prezzo in anticipo con il committente, sicuro che alla fine lo stupore lo avrebbe portato ad ottenere più guadagno, e così è stato.

Nel 1508 Raffaello si spostò a Roma in direzione della consacrazione nell’olimpo degli artisti.

Non ci sono solo Santi e Madonne nella vita di Raffaello. Si racconta che fosse un formidabile rubacuori. Arrivato a Roma sedusse la Divina Imperia, la più nota cortigiana del tempo, dipinta nei panni di Venere, negli affreschi della Farnesina, nel Trionfo di Galatea, in Amore e Psiche e nel dipinto Il Parnaso. Raffaello si invaghì perdutamente di lei, la bramò, la sedusse e la conquistò ma leggenda vuole che la volubilità passionale di Raffaello spinse Imperia al suicidio quando scoprì l’amore di Raffaello per la Fornarina. Quanti cuori abbia straziato Raffaello non è dato saperlo, certo è che le leggende romane sull’artista fiorirono non appena il pittore giunse in città.

Arrivato a Roma alla stazione lo accolse il Renzo Piano dei tempi: Donato Bramante, architetto, impiegato nella costruzione della nuova Basilica di San Pietro. Il Bramante lo presenta al papa “guerriero” Giulio II, forse il più grande mecenate d’inizio secolo, colto, ambizioso e desideroso di lasciare una traccia nella storia. 

Sempre incontri fortunati per il nostro Raffaello. 

Viene messo subito alla prova da Giulio II, una specie di esame d’ammissione, con l’affresco “La disputa del sacramento”. L’opera soddisfa a pieno la vista del papa che decide di affidare al giovane l’intera decorazione dei quattro ambienti. Gli artisti che erano già all’opera vennero liquidati su due piedi, tra questi ritroviamo il Perugino, suo antico maestro, al quale forse regalò un secondo esaurimento nervoso.

Ma la grande opera che consacrerà Raffaello è il successivo affresco della Scuola d’Atene. I più sapienti di tutti i tempi si ritrovano qui e ora. Grandi matematici, Pitagora e Euclide, l’astronomo Zoroastro, i filosofi, Eràclito, impersonato dal grande Michelangelo, che nel mentre dipingeva la cappella Sistina. Al centro dell’opera i due protagonisti: Platone, con il volto di Leonardo, e Aristotele che camminando lentamente con in mano pesanti tomi, discutono tra la folla che si apre al loro passaggio. Platone con l’indice puntato verso l’alto ci mostra l’iperuranio, il mondo delle idee dove risiede la realtà immutabile, mentre Aristotele, palmo rivolto verso il basso, ci indica la natura, l’uomo e la realtà. Non poteva mancare all’appello tra i grandi lo stesso Raffaello che ritroviamo nascosto in un angolino, anche lui partecipe di questo spazio che è insieme così antico e moderno, fuori dal tempo. Una delle sue ultime opere, il suo grande regalo al mondo dei posteri, un messaggio forte rivolto a tutti noi, i valori del bene, del vero e del bello come salvezza ai mali del mondo.

Il 6 Aprile del 1520, ancora una volta un Venerdì santo, Raffaello ci lascia. 

Vasari scrisse che morì dopo giorni di eccessi di febbre causata da eccessi amorosi. La sua amata Fornarina inconsolabile il 18 Agosto dello stesso anno decideva di chiudersi per sempre nel monastero di Sant’ Apollonia a Trastevere.

Testo di Armando Torri

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